A qualche mese dall’ultimo correttivo al Codice dell’Amministrazione Digitale ci si aspettava (e ci si aspetta) di comprendere, dopo le varie riflessioni del Legislatore, l’assetto definitivo che porterà all’introduzione estensiva del domicilio digitale nell’uso quotidiano per comunicazioni tra PA e cittadini ed intanto ci si domanda perché non sia già largamente utilizzato dall’Amministrazione il domicilio digitale già attivo, quello dei professionisti tenuti per legge ad avere un indirizzo PEC pubblicato nel Registro INI-PEC.

 

Per comprendere meglio l’istituto – che è e sarà uno delle colonne portanti del nuovo assetto di relazioni digitali tra amministrazione e cittadino – ne ripercorriamo brevemente la storia.

Fu originariamente introdotto nel 2012 come corollario all’ANPR (l’Anagrafe Nazionale Popolazione Residente). Il CAD fu allora emendato per prevedere l’obbligo per la PA di usare esclusivamente l’indirizzo di PEC eletto come domicilio digitale inserendolo nell’ANPR… che, come noto (anche al Legislatore), non era ancora attiva.

La norma rimase ovviamente lettera morta.

La delega alla riforma del CAD contenuta nella riforma della P.A. ha poi previsto espressamente che uno dei nuovi principi doveva essere quello di “favorire l’elezione di un domicilio digitale da parte di cittadini e imprese ai fini dell’interazione con le amministrazioni”.

Il Legislatore, dopo vari ragionamenti, arrivò alla conclusione di partire dai domicili digitali di fatto già esistenti, che sono le PEC presenti che è obbligatorio inserire a registro pubblico per imprese e professionisti, rendendone obbligatorio l’uso da parte delle PA, per poi estendere le medesime logiche anche ai cittadini ed altre entità giuridiche prive dell’obbligo di dotarsi ed utilizzare la PEC.

L’idea della riforma 2016 era di far confluire in ANPR sia le PEC obbligatorie e pre-esistenti che quelle che sarebbero nate come “domicilio digitale” in ragione della nuova normativa.

Con l’attuale correttivo il domicilio digitale viene svincolato dallo “storico” legame con la ANPR (che intanto è stata riattivata dal Team Digitale)… e si ammette che vi può essere domicilio digitale anche senza ANPR e si delega ai registri esistenti e ad alcuni nuovi la funzioni di certificare quale sia il domicilio digitale.

Si prevedono inoltre meccanismi di salvaguardia per quei cittadini che, per motivi che si possono immaginare, non procederanno immediatamente allo switchover: la Pubblica Amministrazione forma ugualmente il provvedimento in digitale e, solo all’atto dell’invio, ne stampa una copia “analogica” (brutta e imprecisa parola che il nostro ordinamento usa per indicare il supporto non elettronico).

Va detto che l’Italia (e gli Italiani) hanno mostrato di essere capaci di switchover di epiche proporzioni e che dunque la “paura” di rendere obbligatorio e irreversibile il domicilio digitale non dovrebbe aver luogo: basti pensare a come tutti si sono saputi adattare alla televisione digitale cambiando le proprie abitudini e munendosi (anche se over 90) di “decoder” in pochissimo tempo. Dunque certamente sarà possibile anche la transizione al domicilio digitale che è stata prevista dal nuov(issimo) CAD, fissando come termine ultimo una data che dovrà essere stabilita da un apposito decreto.

Nel frattempo, chi non se ne doterà (e sarà ben difficile dotarsene per le categorie diverse da professionisti e imprese che hanno già il registro in  iscriversi) riceverà dalle Pubbliche Amministrazioni “copia” stampata di comunicazioni, atti e provvedimenti emessi in forma elettronica.

Dunque, prima o poi il domicilio digitale sarà pienamente attuato. Il problema è però un altro e cioè che, a quella data, vi siano regole precise su come le Pubbliche Amministrazioni devono utilizzarlo e sulla validità delle comunicazioni al domicilio digitale. Al momento esaminando le norme sul punto, qualche incertezza interpretativa pare emergere.

Vedremo nel prossimo articolo i punti in cui la norma sembra vacillare e quali sono i punti ancora da chiarire.